Primo maggio rito dell'infiorata casalinga negli Iblei
Come ogni anno la famiglia Lonero trasferita a Sortino ripete l’antico rito dell’infiorata dell’uscio di casa.
Era consuetudine a Solarino il primo di maggio infiorare l’uscio di casa con delle margherite gialle, “i sciuri i maju”.
Il giorno prima tutti i ragazzi si recavano in campagna a raccogliere margherite gialle, e papaveri se erano presenti nel campo, poi a casa si aggiungevano dei petali di rosa, che non potevano mancare “’nna l’ortu”, e si dava incarico alla mamma o al papà, a seconda di chi si alzava per primo, di metterli nel marciapiede in corrispondenza dell’uscio di casa. Una volta, rimanevano fino al giorno successivo, adesso, nel raro caso che il rito venga ripetuto, rimangono massimo fino a mezzogiorno. Per i ragazzi, maschi e femmine, era un’occasione per giocare in strada tutti insieme per realizzare collane con le margherite più grosse, le signorinelle provavano il classico “mama non mama”.
Cosa rappresentava questo tappeto di margherite proprio il primo di maggio? La risposta ci viene data dagli anziani i quali raccontano che quest’usanza serviva “pì buon’auguriu”, retaggio contadino, di quando il futuro dipendeva dai capricci del tempo. In Sicilia la dea Ibla, che ha dato il nome al nostro altipiano, era una sorta di Grande Madre, signora della primavera e signora degli inferi, identificata spesso con Persephone, altre volte con Flora o con Artemide. A Roma, tra il 28 aprile e il 3 di maggio, si celebravano “le floralia”, festività in onore della dea Flora, che aveva la facoltà di salvaguardare lo sviluppo delle piante e garantire un buon raccolto. Anche a Sortino l’attuale piazza G. Verga era chiamato “u chianu i Santa Flora” forse l’espressione voleva dire qualcosa? Altra interpretazione può essere quella in cui, in alcune zone d’Europa, la notte fra il 30 aprile e il primo maggio, si celebravano dei sabba nella notte di Santa Valpurga. Le streghe del circondario si riunivano sotto il noce di Benevento eseguivano i loro riti e balli fino al mattino, poi al rientro potevano penetrare nelle case o stalle, e per dispetto creare malefici agli animali o alle persone in particolare ai bambini. Per distrarle, i contadini mettevano i fiori di campo, che era un mezzo per attirare l’attenzione, e vista la curiosità proverbiale, le streghe si mettevano a contare il numero dei petali, così facendo arrivava l’alba e diventavano innocue.
Mario Lonero
Il Primo Maggio nella Sicilia contadina: il rito dei fiori e della buona sorte
Riti, fiori e antichi auspici
In Sicilia, il Primo Maggio non è stato solo il giorno del lavoro. Per secoli è stato soprattutto un giorno di passaggio, carico di significati simbolici: una festa di primavera, di rinascita, di speranza e di buon augurio.
Nelle campagne siciliane, questa giornata segnava l’ingresso nel tempo fertile dell’anno. Era il momento in cui la natura rifioriva, i campi si riempivano di colori e le famiglie contadine affidavano alla terra i propri desideri: salute, amore, prosperità, raccolti abbondanti.
Dietro queste usanze si conserva un mondo antichissimo, fatto di gesti rituali, credenze popolari e tradizioni tramandate per generazioni. Un’eredità che mescola devozione cristiana e memoria di riti molto più antichi, legati alla primavera e alla fertilità.
Il giorno precedente del Primo Maggio, donne e ragazze e fanciulli uscivano di casa e si dirigevano verso campagne, prati e colline per raccogliere il ciuri di maju, il “fiore di maggio”: il crisantemo selvatico, giallo e abbondante nei campi. Non era una semplice raccolta. Era un rito. Ogni fiore veniva colto rivolgendosi verso una croce, una cappella, una chiesetta di campagna o, in mancanza, verso il sole che sorgeva. Con il braccio alzato e il fiore rivolto in alto, si recitava una breve invocazione di buon auspicio:
Divina Pruvidenza, pruvviditimi;
divina Pruvidenza, cunsulàtimi;
divina Pruvidenza è granni assai;
cu’ teni fidi a Diu, ‘un pirisci mai.
Era una preghiera semplice, popolare, ma densa di fiducia: chiedeva protezione, conforto e fortuna per l’anno che iniziava.
Le ragazze e gli auspici d’amore
Per le ragazze, il Primo Maggio era soprattutto il giorno della sorte amorosa. Con i fiori raccolti intrecciavano coroncine e mazzetti, si adornavano il capo e il petto, cantavano in cerchio e danzavano nei campi celebrando l’arrivo del mese di maggio:
Maju torna, maju veni cu li belli soi ciureri;
oh chi pompa chi nni fa; maju torna, maju è ccà!
Poi arrivava il momento degli auspici: strappando uno a uno i petali del fiore, interrogavano il destino sull’amore, sul matrimonio, sulla sincerità del promesso sposo. Prima, però, affidavano il loro desiderio a una formula precisa:
Maju viju, e maju cògghiu, bona sorti di Diu vogghiu;
ciuri di maju cògghiu a la campia, Diu,
pinzàticci vu’ a la sorti mia.
La “buona sorte” invocata era chiara: un buon matrimonio, un amore fedele, una vita serena.
Le donne sposate: casa, salute e benessere
Per le donne sposate, invece, il rito aveva un significato più concreto: proteggere la casa, allontanare i guai, attirare benessere. Il fiore di maggio diventava allora un simbolo di prosperità domestica:
Maju viju, e maju cògghiu,
a la me’ casa guaj nun vògghiu;
ciuri di maju cògghiu a la campia,
oru ed argentu a la sacchetta mia!
Il desiderio non era astratto: significava pace in famiglia, salute, denaro sufficiente, serenità nel lavoro quotidiano.
Un fiore contro la malasorte
I fiori raccolti non venivano buttati. Tornavano a casa con un compito preciso. Si mettevano davanti le case o le aperture per uomini e animali come le stalle o i cancelli, inoltre si appendevano alle pareti, si spargevano sul pavimento, si conservavano nelle dispense, si mettevano vicino agli attrezzi del lavoro, ai telai, alle bilance, persino sugli animali da fatica. Il loro compito era proteggere la casa e attirare fortuna. Anche i gesti più semplici avevano valore rituale. Alcune donne gettavano una manciata di fiori sotto il letto, convinte che servisse a tenere lontani insetti e impurità. Era una forma di protezione domestica, sospesa tra credenza, simbolo e magia contadina.
Il Primo Maggio e i diavoli nell’aria
Accanto ai riti di prosperità, sopravviveva una credenza più inquieta: il Primo Maggio era anche il giorno in cui “i diavoli passavano per l’aria”. Se il cielo cambiava all’improvviso, se arrivavano vento, nuvole o scirocco, il segnale era chiaro:
Li Diavuli pri l’aria cci sù!
Per difendersi si ricorreva a rimedi semplici e antichi: il più noto era mangiare aglio crudo, ritenuto capace di allontanare il male. Le donne accompagnavano il gesto con una formula protettiva:
Santu Fulippu e Japicu biati,
apostuli putenti e putiatati,
Agnisdei, Asgnidei, Agnisdei,
l’ariu binidiciti ed annittati!
Poi il segno della croce e la chiusura definitiva, rivolta al male:
Va fora, brutta bestia!
Una festa di primavera, identità e memoria
Il Primo Maggio siciliano era molto più di una ricorrenza stagionale. Era un rito collettivo di passaggio: una festa di primavera, di protezione, di fertilità e di speranza.
Dentro questi gesti si legge un’intera visione del mondo: il rapporto con la natura, la fede, la paura della malasorte, il desiderio di prosperità, il bisogno di affidare il futuro a un segno, a una parola, a un rito condiviso.
Oggi queste usanze sopravvivono solo in frammenti, nei ricordi, nei racconti degli anziani, nella memoria popolare. Ma raccontarle significa restituire voce a una Sicilia profonda, simbolica e contadina, che ha saputo leggere nei fiori di maggio un augurio di vita.
